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Paolo Milone e L’arte di legare le persone 21 gennaio 2022 h 10.00

Paolo Milone racconta

 “L’arte di legare le persone” e l’eterno corpo a corpo per curare le anime spezzate

“Mi sono trovato ‘infarcito’ di tutte queste storie, e mi è venuta voglia di scriverle. Un po’ per liberarmene, un po’ per mettere ordine in decenni di caos. (…) Mi piace rubare intimità alle persone: sono un ladro gentiluomo”. Paolo Milone, psichiatra in pensione, sta facendo molto parlare con il suo esordio, “L’arte di legare le persone”, esperimento narrativo tra diario, epistolario e raccolta di poesie.

Per ogni frase un sospiro, per ogni pensiero una pausa. Raccontare decine di vite degli altri costa fatica, e Paolo Milone, psichiatra per professione e scrittore per compendio, sceglie con cura le parole da non dire.

L’arte di legare le persone è un diario di altrui dolore, un reportage di guerra da un fronte pericoloso e muto. O troppo chiassoso, alle volte.

Non un epistolario né una raccolta, non un romanzo né un diario, il novero dei matti di una vita è un dialogo con i ricordi, con se stesso, con i fantasmi. Suoi, e di quelle anime che ha incontrato.

Dice Paolo Milone: “ noi psichiatri scriviamo delle cartelle che non sono solo piene di dati clinici, ma sono la storia delle persone: scriviamo tutti i giorni ciò che il paziente racconta della sua vita, e sembrano già dei racconti(…)

“Passiamo il tempo a parlar con persone che non capiscono quello che dici. Ci si abitua a parlare in modo frugale, preciso, a tagliare i discorsi complicati. Uno psichiatra sta tutto il tempo a pensare, ‘e adesso cosa dico?’. C’è un continuo lavoro sulla parola. Io, tra l’altro, scrivevo con la penna: i pc sono arrivati quando sono andato in pensione”. “Come tutti i medici ho avuto un approccio scientifico, ma poi cercavo il rapporto con la gente. A me piace rubare intimità alle persone: sono un ladro gentiluomo. Solo con la tecnica, la parola scientifica, questa cosa non riesci a farla: per questo sono passato su un versante fantastico, narrativo. C’è un pezzo nel primo capitolo in cui dico a un paziente: ‘Stiamo qui, uno davanti all’altro, tu non trovi le parole per dirmi cosa ti succede e io non trovo le parole per capirlo’. Ecco, la parola scientifica a cosa serve in quel momento? Devi stare solo in silenzio, con una persona che resta zitta. Intuisci, però, che sta cercando di dirti qualcosa”. “Per entrare in quella situazione, e per restarci, devi avere un approccio poetico. Stai in una situazione in cui la parola non esiste. Non può esistere la parola che usiamo tutti i giorni, ancor meno quella scientifica”.

“L’indicibile, però, ha bisogno di presenza e vicinanza, e del tentativo di comprenderlo. È una cosa incomprensibile, che richiede il nostro costante impegno per comprenderla; richiede che continuiamo a cercare di capirla sapendo che non ci riusciremo mai”.

“La psicosi rappresenta il disordine, e un disordine mentale ci sarà sempre: è un modo primitivo, basale, che ha la mente umana per funzionare; ma, quando porta dolore, bisogna cercare di capirci qualcosa: già il fatto che tu rimanga lì, che non te ne vada, fa bene a chi soffre. Lui continua a vivere in un mondo di solitudine, ma magari pensa di poter essere capito. C’è un livello, in questo lavoro, in cui la parola poetica diventa strumento di relazione. …”.

“Mi sono trovato ‘infarcito’ di tutte queste storie, e mi è venuta voglia di scriverle. Un po’ per liberarmene, perché era troppa roba, un po’ per mettere ordine in decenni di caos. E poi per una ragione strumentale che è emersa dopo: mi sono detto: ‘ora che vado in pensione mi mancheranno, tutte queste relazioni umane; invece di prendere antidepressivi, le scrivo’. Ho deciso di scriverle per trovare consolazione nei momenti di solitudine”.

“Le persone, tutte, devono controllare rabbie, desideri, vergogne, sconfitte. E più o meno ci riusciamo, ma sempre fino a un certo punto. Noi ci confondiamo, però riusciamo in qualche modo a recuperarci. Ci sono invece delle persone più fragili che non riescono a resistere, vengono invase. Non riescono più a stare a galla, a navigare, non tanto perché accada qualcosa fuori, ma perché qualcosa dentro di loro le scompagina. Così perdono il senso di se stessi. Purtroppo questa è una fragilità genetica, che non consente di recuperare una scala di priorità nella vita. Se lerecuperi ristabilisci la rotta, se non sei capace perdi te stesso e vai in confusione. I primi due passi della malattia mentale sono la depersonalizzazione e la derealizzazione”.

“Ti senti estraneo a te stesso e non ti riconosci nella realtà, come se fosse un sogno. Se vai avanti perdi anche l’uso della parola, e la parola è ciò che definisce la realtà. Ma se il tutto ti è estraneo, non lo riconosci, perdi il senso di tutto, anche delle parole. E se perdi il senso delle parole, non hai più modo di mediare con te stesso. È così che il corpo viene in primo piano: le persone tremano, sbattono, urlano, oppure si bloccano.”

La stabilità mentale passa dalla relazione. Inevitabile pensare che la cronaca ci sta parlando di un incremento dei disturbi psichici dopo questo anno di paura e chiusura.

Noi siamo realmente una specie sociale, ci costruiamo nella relazione. Ci sono anche persone che si isolano, gli eremiti, ma hanno comunque una vita di relazione precedente, e mantengono la socialità come possibilità. È una cosa fisiologica: anche un lupo in gabbia non soffre solo perché non può correre, ma anche per la mancanza dello scambio con gli altri. Serve proteggersi reciprocamente, condividere le paure. Nel nostro caso ha funzionato una compensazione: la solitudine in cambio di un più forte senso di unità sociale, come nazione, affidando la nostra fiducia a chi stava studiando le cure e i vaccini. Come quando c’è una guerra: un aumento della speranza del gruppo”.

Una commistione tra l’epistolario e la raccolta di poesie, una summa di frammenti. Come un dialogo tra il medico e le anime ferite che il medico cura: la forma del frammento è la più consona per raccontare le anime spezzate mail riferimento è soprattutto agli Epigrammi di Marziale.

 “Come tutto ciò che si fa in psichiatria, Marziale è ambivalente: riesce a dire delle cose cattivissime a un interlocutore, e poi riderne con lui. Fa dei pezzi piccoli, intestandoli a una persona, e così esce dal narcisismo e dall’autismo del parlare con sè stesso. Ha risolto tutti i problemi. In psichiatria è tutto così complesso che o si fa in questo modo o si scrive una sola frase senza punteggiatura dall’inizio fino alla fine del libro, tanta è la complessità. Ma così si impazzisce, e poi questo lo ha già fatto Joyce. Allo psichiatra, invece, piace mettere ordine nel disordine e disordine nell’ordine, è come l’alternanza tra melodia e improvvisazione di Miles Davis nel free jazz”.